Il mio occhio spiegato al calamaro (parte II)

interior camouflage, Desiree Palmen 2004

Interior camouflage, Desiree Palmen 2004

Come si diceva, la retina del nostro occhio è capovolta: un pasticcio, perché per poter uscire dall’occhio il nervo ottico deve bucare il tetto anziché il pavimento. Il risultato è un foro nello strato più prezioso, quello dei fotorecettori. Insomma, uno degli uffici al piano terra è vuoto, non ha nemmeno una singola cellula scrivana. Questa zona è detta macchia cieca: data l’assenza di fotorecettori, la luce che la colpisce non viene percepita affatto. Ma allora quando guardiamo in giro dovremmo vedere un buco! Un buco piccolo piccolo forse? Altro che piccolo: la macchia cieca è grande a sufficienza da far svanire un mandarino tenuto alla distanza del braccio teso.

In questa beata ignoranza veniamo mantenuti da due circostanze: la prima è che il nostro occhio si muove in continuazione, per cui il buco si sposta rapidissimamente di qua e di là, la seconda è che di occhi ne abbiamo due, e la regione del campo visivo invisibile a un occhio è visibile all’altro. Per sperimentare la macchia cieca dobbiamo non solo tapparci un occhio e tenere lo sguardo ben fermo, ma anche ricorrere a un trucchetto (a pagina 35 del libro, oppure qui, o anche qui). In queste dimostrazioni si fissa qualcosa, ad esempio una croce, tenendo aperto un solo occhio, e qualcos’altro, ad esempio un mandarino, sparisce. Il mandarino però non viene rimpiazzato da un “nulla” o da un “vuoto”: semplicemente, le caratteristiche della zona circostante si espandono all’area in cui il mandarino si trovava. Se il mandarino stava su una tovaglia bianca, l’area ex-mandarino si riempie di bianco; se stava su una tovaglia a righe, si riempie di righe. Si pensa che questa rappresentazione “fantasma” sia creata dalle cellule della corteccia visiva che si trovano vicino a quelle rimaste temporaneamente senza stimolazione. L’attivazione limitrofa si estenderebbe alla zona silente, un processo analogo a quello che si verifica nella sindrome dell’“arto fantasma”, in cui persone che hanno perso un braccio o una gamba continuano a percepirne la presenza.

Avete capito, insomma, che la fortuna di poter vedere una scena senza buchi e la disgrazia di sentire prurito o dolore a una gamba amputata si somigliano. Certo sarebbe stato meglio ritrovarsi direttamente col modello di occhio corretto, quello del calamaro, in cui vasi sanguigni e fibre nervose provengono da dietro la retina invece che da davanti. In questo modello, la retina è saldamente ancorata al fondo dell’occhio mediante le fibre nervose. Nel nostro, invece, il tappeto dei fotorecettori si può staccare con relativa facilità dal fondo dell’occhio, dando origine a un malanno serio che si chiama distacco di retina.
Ah, già. Avevo promesso di svelarvi come si fa a far passare i crampi a una mano che non c’è più. Sarebbe stato considerato impossibile fino a poco tempo fa, quando si credeva che la sindrome dell’arto fantasma fosse causata da un’irritazione delle terminazioni nervose recise durante l’amputazione. La recente comprensione del meccanismo reale ha permesso di trovare una soluzione semplice e geniale: lo si fa con gli specchi. (È incredibile il numero di problemi che possono essere risolti con gli specchi.) Il paziente infila l’arto sano (ad esempio, il braccio destro) in una delle due camere di una scatola speciale, divisa a metà da un doppio specchio, e l’arto amputato dall’altra parte. Nello specchio della camera di destra, il paziente vede la mano destra sana riflessa nella posizione in cui si troverebbe la mano sinistra mancante. A questo punto muove la mano destra, proprio come farebbe per rilassarla, e guardandone l’immagine riflessa ha la sensazione di muovere e rilassare anche la mano sinistra. Di solito questo esercizio arreca un sollievo immediato; in alcuni casi, un sollievo permanente.
Lasciarsi ingannare da quel che vediamo non è mica sempre una fregatura.

DOVE NEL LIBRO: capitolo 2, Il sistema visivo; scommetto che riuscite a far sparire il dischetto nero della Figura 2.9.

ILLUSTRAZIONE: L’illustrazione mostra un caso in cui, invece di vedere quello che non c’è—come facciamo quando completiamo la parte della scena che cade sulla nostra macchia cieca—non vediamo quello che c’è. O voi la vedete, la persona seduta di spalle, china in avanti e appoggiata al tavolo? A proposito, bella maglietta! (Desiree Palmen, 2004. Trovate qui altre opere di body camouflage della stessa artista. Le persone fotografate indossano abiti, in questo caso dipinti a mano, che riproducono la parte retrostante della scena. Il mantello che rende invisibili potrebbe essere basato sullo stesso principio; ecco un prototipo rudimentale, ma questo è solo l’inizio.)

Il mio occhio spiegato al calamaro

Quando un braccio o una gamba vengono amputati, succede che i pazienti continuino a sentirne la presenza. Non una gran compagnia, perché in alcuni malcapitati l’arto fantasma ha i crampi. I crampi a un braccio vero vanno e vengono, ma quelli a un braccio che non esiste non passano mai; di rimediare con un massaggio non se ne parla.
Ci tocca consolarci in un altro modo: se non esistessero braccia e gambe fantasma, il mondo che vediamo attorno a noi avrebbe un buco, e mica un buco da poco.

Il mio occhio è una sfera con un utile tappetino all’interno, sul fondo. Questo tappetino (la rètina) è una specie di sistema postale, con cellule “scrivane” (i fotorecettori) che rispondono alla luce e la convertono in segnali elettrici; cellule “intermediarie” che ricevono i segnali dalle cellule scrivane e li passano alle cellule postine; e cellule “postine” che li recapitano al cervello. Immaginate che il tappetino sia un condominio a tre piani: al piano più alto le scrivane, al piano sotto le intermediarie, e al piano terra le postine. Da qui al cervello c’è un po’ di strada, ma le postine non hanno bisogno di spostarsi: hanno codine lunghe e sottili, che ricoprono il pavimento e per praticità si raggruppano tutte in un fascio, il nervo ottico. Il nervo ottico deve bucare l’occhio per uscire, e che sarà mai se c’è un buco sul pavimento: tanto siamo al piano terra, giusto? Ah! qui entra in scena il calamaro, con tanto di fanfara.
Nell’occhio del calamaro, il buco sta intelligentemente sul pavimento; ma nel nostro (e in quello degli altri vertebrati), il buco sta sul tetto. Il tappetino è capovolto: la luce in arrivo deve attraversare prima il pavimento ricoperto di cavi, poi le cellule postine, poi le cellule intermediarie, poi le cellule scrivane; solo a questo punto viene captata e trasformata in segnali elettrici. Gran parte della luce arriva a destinazione comunque, perché la retina è sottile e le cellule praticamente trasparenti; però non venitemi a dire che siamo nel migliore dei mondi possibili. Tanto è vero che l’evoluzione ci ha messo una toppa: nel punto centrale della retina, dove mettiamo a fuoco quello che vogliamo vedere chiaramente, c’è una sorta di precipizio, una stanzucola al piano terra. Qui le cellule scrivane non hanno nessuno sulla testa: le cellule postine e intermediarie sono ammucchiate di lato.
Specie in presenza di calamari, dobbiamo ammettere che questa retina rovesciata è un caso plateale di errore di progettazione. L’errore non era tale nel progetto originario: il primo occhio era un gruppo di cellule sensibili alla luce, collocato sotto la pelle di un nostro minuscolo antenato trasparente. Le fibre nervose vi giungevano dall’esterno, una soluzione buona come un’altra per una creatura trasparente. L’evoluzione ha edificato su queste basi, e centinaia di milioni di anni non hanno potuto far nulla per eliminare il difetto di partenza.

[CONTINUA: Questo post ha una seconda parte, in arrivo prossimamente, in cui si sciolgono i nodi sospesi. In particolare, si svela perché del buco non ci accorgiamo, che diamine c’entra l’arto fantasma, e come far passare i crampi a un braccio che non c’è più.]

DOVE NEL LIBRO: capitolo 2, Il sistema visivo.

ILLUSTRAZIONE: Un calamaro gigante (9 metri), catturato in Nuova Zelanda nel 2000 ed esposto al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi. Se sembra di plastica, è perché è stato plastificato sostituendo i liquidi corporei con un polimero a indurimento.

Perché Bambi ha la pancia bianca

Non serve essere un pittore per sapere che la luce che colpisce un oggetto solido ne illumina alcune parti più di altre, e che luci ed ombre sono in grado di produrre un’impressione di tridimensionalità spettacolare. Per alcuni di noi, però, apparire spettacolarmente tridimensionali è una gran bella seccatura, altro che arte: i predatori hanno occhi di lince (o di lupo, o di pesce spada). I più debolucci fra noi si sforzano di nascondersi, abbigliandosi con colori e disegni simili a quelli dello sfondo e mantenendosi immobili quando butta male – ma le differenze di chiarezza create dalla luce che ci illumina tendono a svelare che non facciamo parte della tappezzeria. La vita non è facile se si è un cerbiatto o un’acciuga.
Una soluzione niente male è quella di diventare il più piatti possibile: o temporaneamente, rannicchiandosi nel momento del pericolo, o morfologicamente e una volta per tutte, come hanno fatto le falene e le sogliole. Una soluzione di compromesso, adottata indipendentemente (a riprova della sua genialità) da specie diverse, è quella di rimanere panciuti ma cancellare il gradiente di chiarezza generato dalla luce. Come, dite? Ma certo, pitturandoci su un contro-gradiente.
Avrete notato senz’altro che tantissimi animali hanno un colore più scuro nelle zone superiori del corpo (la testa e il dorso, ad esempio) e più chiaro nelle zone inferiori (come la gola e la pancia). Le creature che sfoggiano questa mise, dunque, sono più scure nelle parti che il sole schiarisce, e più chiare nelle parti che l’ombra scurisce. Un’uniforme intelligente che, annullando le differenze di chiarezza provocate dalla luce, tende a far apparire l’animale piatto e privo di corporeità. Non proprio il mantello che rende invisibili, ma un prototipo più che decoroso. In alcuni pesci semitrasparenti la contro-ombreggiatura può estendersi perfino agli organi interni. E sì, chiudiamo in bellezza: i bruchi che vivono a pancia in su (sulla pagina inferiore delle foglie, pancia alla luce, dorso in ombra) hanno scelto il modello per mancini, per minoranze insomma – con la pancia più scura della schiena.

DOVE NEL LIBRO: Capitolo 6, Come vediamo la profondità. Scoprirete anche se i polli ci cascano o no quando, allevandoli fin dalla nascita in gabbie truccate, si cerca di far loro credere che in natura la luce del sole proviene dal basso.

ILLUSTRAZIONE: Riuscite a individuare il padre di Bambi nell’immagine a sinistra? Qualcosa mi dice di no, per cui a destra vi mostro la stessa immagine capovolta. L’assunzione che la luce provenga dall’alto è così tenace che, non appena l’immagine in cui il cervo è visibile viene capovolta, i rilievi diventano incavature, la figura si trasforma in sfondo e il cervo scompare nel nulla. Illustrazione: © Walter Wick.

RIFERIMENTO: Il primo a ipotizzare che le pance bianche degli animali abbiano la funzione di renderli meno visibili fu Abbott Thayer, un eccentrico pittore americano che si diede poi da fare, con alterni successi, per dimostrare le applicazioni pratiche delle sue intuizioni. Fra le altre cose, Thayer brevettò un metodo per mimetizzare le navi da guerra tramite lo stesso tipo di colorazione – bianco per le aree in ombra, grigio-azzurro per quelle esposte al sole.

Sei diventata nera, nera, nera (e ti dico perché)

le gemelle hodgson, (c) Gary RobertsLe cose scure assorbono più luce di quelle chiare; guarda caso, d’estate preferiamo andarcene in giro con abiti chiari, che riflettono la luce invece che assorbirla. Più di qualcuno mi ha chiesto come mai allora l’abbronzatura ci protegga dagli effetti della luce solare. Sarebbe meglio diventare più chiari anziché più scuri, giusto?
Sbagliato. Per cominciare, quanto un vestito assorbe rispetto a quanto riflette è cruciale nel caso dei raggi infrarossi, perché i vestiti caldi ci scaldano. Ma i raggi ultravioletti sono un’altra bestia. Quello che importa è che non attraversino gli abiti fino a raggiungere la pelle; chi se ne infischia se non ci arrivano perché il tessuto li riflette o perché li assorbe. I tessuti scuri ci proteggono dai raggi ultravioletti il doppio di quelli chiari, e i tessuti pesanti più di quelli leggeri. Camicette in vetro, stile scarpine di Cenerentola, andrebbero ancor meglio: il vetro lascia passare la luce visibile ma blocca buona parte dell’ultravioletto, ed è per questo che in auto ci si scotta raramente, anche quando abbiamo il sole addosso per ore.
Proteggerci dall’ultravioletto va bene, ma l’abbronzatura fa di meglio: ci protegge solo quando serve. Il merito è delle specialissime proprietà della melanina, il pigmento scuro responsabile del colore della pelle, dei capelli e degli occhi. L’abbronzatura è in pratica uno strato di melanina, prodotto come reazione difensiva all’eccessiva esposizione alla luce ultravioletta, e fin qui d’accordo. Ma che armi tira fuori questa famosa melanina per proteggerci dall’invasione degli ultravioletti? Li assorbe e, prima che possano far danni ai piani di sotto, li trasforma in quantità innocue di calore; mangiandosi pure i malefici radicali liberi generati nel processo. Scusate se è poco.
Se abbronzarsi è una difesa dagli insulti del sole, perché mai porgiamo l’altra guancia, passando ore a non far niente sulle spiagge invece che a lavorare? Beh, perché la nostra abbronzatura segnala a chi incontriamo che abbiamo talmente tanto tempo da perdere che ci possiamo permettere di passarlo a non far niente sulle spiagge invece che a lavorare. Un secolo fa, la gente che aveva tempo da perdere si guardava bene dall’abbronzarsi, perché chi svolgeva i lavori più umili lo faceva sotto il sole. L’abbronzatura è diventata (o ridiventata) di moda quando i lavoratori hanno traslocato in massa dall’aperto delle campagne al chiuso delle fabbriche.

DOVE NEL LIBRO: Capitolo 1, La luce. Scoprirete anche come mai un po’ di sole fa bene, e (fra le righe) perché, in tutte le popolazioni, le donne tendono ad avere la pelle più chiara degli uomini.

ILLUSTRAZIONE: Queste due bambine sono gemelle. I genitori (con loro nella foto, vedi anche qui) hanno entrambi madre di pelle chiara e padre di pelle scura. Sono parecchi i casi di gemelli eterozigoti di colore diverso. La variazione nel colore della pelle delle popolazioni dipende dall’interazione di sei o sette geni diversi, ed è un adattamento legato alla necessità di regolare l’assorbimento delle radiazioni ultraviolette, la cui intensità varia con la latitudine. Per questa ragione, il colore della pelle non ha nessun valore nel determinare le relazioni di parentela fra i vari gruppi umani.

RIFERIMENTO: Un lavoro interessante e chiaro sull’evoluzione del colore della pelle (pdf): Jablonski, N.G. & Chaplin, G. (2000). The evolution of human skin coloration. Journal of Human Evolution, 39, 57-106.

I coni delle donne

i due quadratini con il punto sono identici

La visione a colori dei vertebrati dipende da speciali cellule a forma di cono che si trovano sulla retina. È cruciale quanti tipi diversi di cono ci sono, perché ogni tipo contiene un pigmento sensibile a una diversa porzione di lunghezze d’onda. Gli uccelli, le lucertole, le tartarughe e molti pesci hanno quattro tipi di cono (e un mondo visivo meravigliosamente variopinto), ma la maggioranza dei mammiferi, cani e gatti compresi, è equipaggiata con due tipi soltanto. A dire il vero gli antenati dei mammiferi ne possedevano l’intero set, ma i primi mammiferi persero due tipi di cono in una fase della loro evoluzione in cui (probabilmente per non incrociare i grossi dinosauri) erano diventati notturni, e vedere a colori non era più molto utile. I progenitori di un gruppo di scimmie del Vecchio Mondo (i quali hanno fatto da bisavoli pure a noi), però, a un certo punto riacquistarono un terzo cono grazie alla duplicazione e mutazione di uno degli altri due – o, più precisamente, di uno dei due geni che contenevano le istruzioni per produrre i relativi pigmenti. Gli individui con questa mutazione erano in grado di distinguere il rosso dal verde e, tra frutti rossi e foglie verdi, dovevano trovarsi sensibilmente avvantaggiati all’ora di pranzo. Ecco perché noi abbiamo la visione tricromatica, cioè tre tipi di cono (sensibili al rosso, al verde e al blu).
Punti deboli di questo escamotage: il gene del pigmento “rosso” e quello del pigmento “verde” se ne stanno l’uno accanto all’altro (dopotutto uno è nato dall’altro per un errore di copiatura) sul cromosoma sessuale X, mentre il gene del pigmento “blu” alberga per conto suo su un cromosoma dei soliti. Poniamo ora – cose che succedono – che uno dei due geni su X, ad esempio quello che contiene la ricetta per fabbricare il pigmento “rosso”, sia difettoso. Se questo capita in un maschio, la frittata è fatta: i maschi hanno un unico cromosoma X (ereditato dalla madre), per cui niente istruzioni su come si fa il pigmento “rosso”, niente “coni rossi”, impossibile distinguere il rosso dal verde. In una femmina invece le cose si aggiustano: il pigmento “rosso” entra in produzione comunque, dietro la guida del gene sano situato sull’altra copia del cromosoma X. (Le femmine hanno due copie di X, quindi potenzialmente una copia di backup di un mucchio di roba.) Ecco perché ci sono tanti daltonici e poche daltoniche.

[Questo post ha una seconda parte, con annesso colpo di scena, qui.]

DOVE NEL LIBRO: capitolo 3, Come vediamo i colori.

ILLUSTRAZIONE: I quadrati centrali dei due dischi (quelli con il puntino) appaiono verde l’uno e arancio l’altro, ma sono in realtà identici. Se siete lettori abituali del blog ormai ne sapete a sufficienza per credermi sulla parola, ma se così non fosse controllatelo di persona qui (dovrete spostare il mouse sull’area in alto a destra, sotto la scritta ‘mask’).

Passiamo ore davanti alla TV perché non si sa mai, non si sa mai, quello che al mondo ci può capitar

Perché leggiamo romanzi, andiamo al cinema, passiamo ore davanti alla TV quando potremmo fare qualcosa di più utile? Perché da che mondo è mondo la gente ama ascoltare storie?
Beh, le storie presentano una simulazione della vita reale che i nostri antenati potevano sperimentare senza abbandonare la sicurezza della caverna (e noi, della poltrona). Per non parlare poi di storie rappresentate in modo tale da raggirarci e sembrare pezzi di vita vera, come i film, gli sceneggiati TV, le soap operas, i reality shows. Se l’illusione funziona, la domanda “perché ci piace leggere o guardare la TV?” diventa ridicola. Quando siamo assorbiti in un libro o in un film, vediamo paesaggi meravigliosi e incrociamo tipi interessanti, ci innamoriamo di super-uomini e super-donne, proteggiamo eroicamente i nostri cari e dei cattivi facciamo polpette. Niente male per pochi euro.
Una storia è un po’ come un esperimento. L’autore o regista cala un personaggio in una situazione ipotetica, in un mondo diretto dalle stesse leggi che valgono nel nostro, e permette al lettore o spettatore di esplorarne le conseguenze. Il protagonista ha un obiettivo e si dà d’attorno per scavalcare gli ostacoli che gli si parano davanti; questi ostacoli, spesso, altro non sono che uomini e donne con obiettivi incompatibili. Noi stiamo a guardare e prendiamo mentalmente nota. Insomma, la vita è come una partita a scacchi, e le trame delle storie sono come le partite già giocate che i campioni di scacchi studiano in modo da trovarsi pronti ad ogni evenienza. I libri di partite sono utili perché il gioco degli scacchi è combinatorio: a ogni turno, le possibili sequenze di mosse e contromosse sono troppe perché uno le possa passare mentalmente in rassegna. Di qui, l’idea di mettere assieme un catalogo mentale di migliaia di partite — e delle mosse che hanno permesso ai buoni giocatori di spuntarla.
La vita ha ancora più mosse degli scacchi. Gli intrighi di persone in interazione fra loro (genitori e figli, fratelli, fidanzati, amanti, mogli e mariti, rivali, colleghi, amici veri e falsi, nemici, alleati, potenti, estranei) possono moltiplicarsi in così tanti modi che non c’è verso di riuscire a immaginare in anticipo le conseguenze di ogni possibile azione. Le storie (Shakespeare o Liala, “Il Dottor Stranamore” o “Via col Vento”, “Star Trek” o “L’Isola dei Famosi”, a ognuno il suo) rimpinguano il nostro personale “manuale della vita”: il catalogo mentale delle situazioni e dei dilemmi psicologici in cui una bella o brutta mattina ci potremmo trovare anche noi, delle strategie cui potremmo appigliarci e delle loro ripercussioni. (Che sia improbabile che ci troveremo mai in missione sull’Enterprise o a stomaco vuoto in Honduras, poco importa: la nostra sete di informazioni si è sviluppata molto tempo fa, quando i nostri orizzonti erano più ristretti.) Il cliché che la vita imita l’arte è vero perché, guarda un po’, la funzione di un certo tipo di arte è proprio quella di farsi imitare.

DOVE NEL LIBRO: di psicologia evoluzionistica e di film parliamo in più occasioni; di tecnica cinematografica si discute nel capitolo 7, Come vediamo il movimento.

ILLUSTRAZIONE: al celeberrimo regista Alfred Hitchcock le poste U.S.A. hanno dedicato un francobollo.

RIFERIMENTI: in questo post ho riassunto liberamente un argomento presentato da Steven Pinker in “How the Mind Works” (nel capitolo “The Meaning of Life”). Il titolo è ispirato a una famosa canzone di Cochi e Renato. Per i filosofi tra voi: Jerry Hobbs, “Will robots ever have literature?” (pdf). Per tutti, altamente consigliato: Steven Pinker, “Come funziona la mente”. Mondadori, 2000.

Domande e risposte: guardare troppa TV aumenta l’insoddisfazione

DOMANDA. Cara dottoressa, non ho ancora avuto il piacere di leggere il suo libro, ma navigando nel suo blog mi è venuta una domanda da farle. Dato che l’essere umano riceve molte informazioni sensoriali dal mondo che lo circonda e ogni singola cosa viene ricostruita con una “grammatica” particolare nella propria mente, vorrei sapere quali conseguenze potrebbe avere il rimanere davanti alla televisione diverse ore al giorno.
RISPOSTA. E’ vero: una realtà costruita sulla base delle informazioni che provengono dalla televisione è necessariamente, e in molti sensi, diversa da una realtà costruita sulla base delle informazioni che provengono dal nostro ambiente naturale. Ad esempio, sappiamo che la nostra percezione di un volto dipende dai volti che abbiamo visto in precedenza, ovvero dal nostro stato di adattamento. Dopo aver guardato per mezzo secondo un volto maschile, una faccia androgina (che è una via di mezzo fra un uomo e una donna) sembrerà quella di una donna; la stessa faccia però sembrerà quella di un uomo se la osserviamo subito dopo aver guardato un volto femminile. Se compare dopo un volto molto bello, un volto normale apparirà più brutto del dovuto.
Passando molte ore davanti alla televisione siamo esposti a una distribuzione di facce e personalità ben diversa da quella in cui ci imbattiamo nella vita di tutti i giorni. Guardando in continuazione i protagonisti belli, ricchi, intelligenti, potenti, brillanti, di successo delle varie trasmissioni televisive (in alcune trasmissioni, soprattutto belli e di successo; in altre, soprattutto intelligenti e brillanti), siamo esposti a una società virtuale del tutto avulsa dalla nostra realtà. In confronto, ci possiamo sentire profondamente inadeguati, ed egualmente inadeguati appaiono le nostre mogli e i nostri mariti, i nostri parenti e i nostri amici.
Durante la nostra storia evolutiva, il meccanismo dell’invidia era probabilmente utile perché ci spronava a raggiungere quello che gli altri potevano ottenere. Nei piccoli gruppi in cui vivevamo, i modelli che facevano nascere sentimenti di invidia erano realistici, e gli obiettivi potenzialmente raggiungibili. Oggi, però, ben pochi di noi sono in grado di raggiungere i modelli che televisione, cinema e riviste patinate ci presentano ogni giorno, e questo fa sì che un meccanismo evolutivamente vantaggioso come quello dell’invidia si possa trasformare in una fonte non di crescita personale, ma di perenne insoddisfazione.

DOVE NEL LIBRO: Potete trovare molto di più sulla percezione delle facce nella sezione 5.5 (capitolo 5, Come vediamo gli oggetti).

IMMAGINE: Questi volti rappresentano prototipi maschili e femminili attraenti (a sinistra) e non attraenti (a destra), ottenuti fondendo assieme facce diverse. Nella vita di tutti i giorni incontriamo persone di ogni tipo, ma la distribuzione di facce a cui ci espone la televisione è assai meno simmetrica. È stato dimostrato che, dopo aver guardato una serie di volti di donne molto belle, gli uomini tendono a giudicare le loro compagne come meno attraenti (e a sentirsi meno coinvolti nella relazione) di quanto non facciano dopo aver guardato una serie di volti di donne normali. Per approfondire l’argomento e leggere il resoconto degli esperimenti che mostrano gli effetti dell’adattamento a volti femminili attraenti, vedi ad esempio Kenrick, D. T., Gutierres, S. E., & Goldberg, L. L. (1989). Influence of popular erotica on judgments of strangers and mates. Journal of Experimental Social Psychology, 25, 159–16, oppure Kenrick, D. T., & Gutierres, S. E. (1980). Contrast effects and judgments of physical attractiveness: When beauty becomes a social problem. Journal of Personality and Social Psychology, 38, 131-140.