Passiamo ore davanti alla TV perché non si sa mai, non si sa mai, quello che al mondo ci può capitar

Perché leggiamo romanzi, andiamo al cinema, passiamo ore davanti alla TV quando potremmo fare qualcosa di più utile? Perché da che mondo è mondo la gente ama ascoltare storie?
Beh, le storie presentano una simulazione della vita reale che i nostri antenati potevano sperimentare senza abbandonare la sicurezza della caverna (e noi, della poltrona). Per non parlare poi di storie rappresentate in modo tale da raggirarci e sembrare pezzi di vita vera, come i film, gli sceneggiati TV, le soap operas, i reality shows. Se l’illusione funziona, la domanda “perché ci piace leggere o guardare la TV?” diventa ridicola. Quando siamo assorbiti in un libro o in un film, vediamo paesaggi meravigliosi e incrociamo tipi interessanti, ci innamoriamo di super-uomini e super-donne, proteggiamo eroicamente i nostri cari e dei cattivi facciamo polpette. Niente male per pochi euro.
Una storia è un po’ come un esperimento. L’autore o regista cala un personaggio in una situazione ipotetica, in un mondo diretto dalle stesse leggi che valgono nel nostro, e permette al lettore o spettatore di esplorarne le conseguenze. Il protagonista ha un obiettivo e si dà d’attorno per scavalcare gli ostacoli che gli si parano davanti; questi ostacoli, spesso, altro non sono che uomini e donne con obiettivi incompatibili. Noi stiamo a guardare e prendiamo mentalmente nota. Insomma, la vita è come una partita a scacchi, e le trame delle storie sono come le partite già giocate che i campioni di scacchi studiano in modo da trovarsi pronti ad ogni evenienza. I libri di partite sono utili perché il gioco degli scacchi è combinatorio: a ogni turno, le possibili sequenze di mosse e contromosse sono troppe perché uno le possa passare mentalmente in rassegna. Di qui, l’idea di mettere assieme un catalogo mentale di migliaia di partite — e delle mosse che hanno permesso ai buoni giocatori di spuntarla.
La vita ha ancora più mosse degli scacchi. Gli intrighi di persone in interazione fra loro (genitori e figli, fratelli, fidanzati, amanti, mogli e mariti, rivali, colleghi, amici veri e falsi, nemici, alleati, potenti, estranei) possono moltiplicarsi in così tanti modi che non c’è verso di riuscire a immaginare in anticipo le conseguenze di ogni possibile azione. Le storie (Shakespeare o Liala, “Il Dottor Stranamore” o “Via col Vento”, “Star Trek” o “L’Isola dei Famosi”, a ognuno il suo) rimpinguano il nostro personale “manuale della vita”: il catalogo mentale delle situazioni e dei dilemmi psicologici in cui una bella o brutta mattina ci potremmo trovare anche noi, delle strategie cui potremmo appigliarci e delle loro ripercussioni. (Che sia improbabile che ci troveremo mai in missione sull’Enterprise o a stomaco vuoto in Honduras, poco importa: la nostra sete di informazioni si è sviluppata molto tempo fa, quando i nostri orizzonti erano più ristretti.) Il cliché che la vita imita l’arte è vero perché, guarda un po’, la funzione di un certo tipo di arte è proprio quella di farsi imitare.

DOVE NEL LIBRO: di psicologia evoluzionistica e di film parliamo in più occasioni; di tecnica cinematografica si discute nel capitolo 7, Come vediamo il movimento.

ILLUSTRAZIONE: al celeberrimo regista Alfred Hitchcock le poste U.S.A. hanno dedicato un francobollo.

RIFERIMENTI: in questo post ho riassunto liberamente un argomento presentato da Steven Pinker in “How the Mind Works” (nel capitolo “The Meaning of Life”). Il titolo è ispirato a una famosa canzone di Cochi e Renato. Per i filosofi tra voi: Jerry Hobbs, “Will robots ever have literature?” (pdf). Per tutti, altamente consigliato: Steven Pinker, “Come funziona la mente”. Mondadori, 2000.

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3 Risposte to “Passiamo ore davanti alla TV perché non si sa mai, non si sa mai, quello che al mondo ci può capitar”

  1. Caminadella Says:

    Pinker è sempre enormemente stimolante, anche se ogni tanto a me viene il sospetto che il fascino dei suoi argomenti nasca soprattutto dal fatto che li scriva così bene.
    Dopo aver letto How the Mind Works mi sono imbattuto in un’altra spiegazione evoluzionistica del piacere della gente per le storie. Sta in questo libro e dice: la gente ama le storie perché ha un istinto a interessarsi dei fatti altrui; e l’evoluzione ha selezionato questo istinto perché aiuta a individuare i devianti e altri personaggi pericolosi nel gruppo. Un argomento a favore sta proprio nella foto che hai scelto (Hitchcock): le storie coi criminali piacciono a tutti. O, quanto meno, piacciono anche a chi non ha intenzione di imitarli. 🙂

    ********************
    Caro Caminadella, la spiegazione a cui fai cenno la trovi anche in “How the Mind Works”. (In “How the Mind Works” c’è tutto. 🙂 ) Caspiterina, certo, quello di farsi gli affari degli altri è un istinto importantissimo. Se ci pensi le due spiegazioni non sono alternative, ma complementari. Provare piacere nell’ascoltare storie accadute ad altri ci istruisce concretamente (chi ha fatto cosa nel nostro gruppo? chi cercare, chi evitare, di chi fidarsi?) e potenzialmente (chi ha fatto cosa e quali sono state le conseguenze? buono a sapersi nel caso ci trovassimo negli stessi frangenti).
    Grazie del commento!

  2. Caminadella Says:

    Grazie a te. Non mi ricordavo che la teoria fosse anche in How the mind works… maledetto Pinker, non gli scappa una fonte. 🙂

  3. Riccardo Says:

    Ciao Paola. Mi permetto di suggerirti un altro riferimento. Si tratta di un autore che ho scoperto solo recentemente ma che mi ha appassionato davvero: Harry Mulisch. In particolare uno dei suoi libri più recenti (Siegfrid) ha proprio come tema quello della potenza della narrazione e del metodo di portare un personaggio in una dimensione forzata per sperimentarne le potenzialità. Te ne raccomando la lettura qualora non lo abbia già fatto.
    Un altro piccolo suggerimento, ho letto anch’io anni fa “come funziona la mente”, ma il successivo “Tabula Rasa” che forse nel tuo post non è calzante è per me stato uno stimolo incredibile per la rielaborazione di molti miei punti di vista. Per me si tratta di un vero capolavoro.
    Cari Saluti
    Riccardo

    ********************
    Caro Riccardo, ti ringrazio del commento. Mulisch non lo conosco. Quanto a “Tabula Rasa” (The Blank Slate), aspettatevi un post prima o poi… e mentre vi girate i pollici potreste ascoltarvi Steven Pinker in questo spezzone di intervista (in inglese).


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