Punti di vista, I

I tre oggetti che lo scultore Guido Moretti mostra nella foto sono in realtà uno solo, visto da tre lati differenti. Tre osservatori posti in punti diversi vedrebbero tre oggetti diversi.
Se questo straordinario solido viene fatto girare sul piatto di un giradischi, le sue tre facce vengono rivelate in modo incontrovertibile. Eppure, anche quando sappiamo che ognuno dei tre oggetti contiene in qualche modo anche gli altri due (e ne abbiamo le prove), non ce la facciamo ad integrarli percettivamente in un solido unico. Insomma, possiamo non riuscire a vedere quello che c’è davvero anche quando abbiamo modo di ispezionare la scena da tutte le parti. Non fidiamoci troppo di quello che vediamo.

DOVE NEL LIBRO: Quand’è che il movimento ci aiuta a percepire la vera struttura tridimensionale di un oggetto, e quand’è che invece ci inganna? La risposta nella didascalia della figura 7.8 (capitolo 7, Come vediamo il movimento). La figura mostra un ritratto a 360 gradi: quello che si otterrebbe se, in un’unica immagine, si potesse raffigurare una faccia davanti, dietro e di profilo.

IMMAGINE: Cubo “Tribarra”. Questa creazione dello scultore Guido Moretti è stata utilizzata come trofeo (per il primo premio) al concorso per la migliore illusione visiva dell’anno, Sarasota, Florida, 2006. Vai al sito di Guido Moretti.

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Di che colore sono i dischetti centrali?

I dischetti che formano una “x” al centro di questi quattro pannelli hanno in realtà il medesimo colore: sono tutti dello stesso identico grigio. Nel primo riquadro in alto, i dischetti grigi contrastano con lo sfondo giallo arancio su cui si trovano, acquistando una componente azzurrina (questa particolare tonalità di azzurro è il colore complementare a questa particolare tonalità di giallo arancio). Nel riquadro accanto, i dischetti grigi contrastano con lo sfondo rosso magenta su cui si trovano, acquistando una componente verde (il verde è il colore complementare al rosso magenta). Il risultato è che i dischetti nel pannello a sinistra appaiono azzurri e quelli nel pannello a destra appaiono verdi. L’illusione è ancora più forte se osservate la figura da una certa distanza.
Adesso guardate i pannelli in basso: i dischetti grigi sullo sfondo giallo arancio ora sono verdolini, e quelli sullo sfondo rosso magenta sono azzurrini! Questo significa che i dischetti grigi sono più influenzati dal colore degli altri dischetti che dal colore dello sfondo. Questa è una versione cromatica della mia “dungeon illusion” (Bressan, 2001, 2006).

DOVE NEL LIBRO: Potete trovare tante informazioni su queste e altre stupefacenti illusioni di colore, e sui vari modi in cui i colori influenzano il nostro comportamento, nel capitolo 3, Come vediamo i colori.

IMMAGINE: The dungeon illusion in color. © Paola Bressan, 2000. La figura è stata pubblicata in Bressan, P. & Kramer, P. (2008). Gating of remote effects on lightness. Journal of Vision, 8(2):16, 1-8.

Categorizzare per razza non ha alcun significato biologico

L’adattamento agli stimoli più frequenti nel nostro ambiente ha il risultato di amplificare le differenze. Proprio come in un mondo giallo un oggetto acromatico appare bluastro, in un mondo di facce sorridenti una faccia neutra apparirà corrucciata. Un mulatto sembrerà un nero in un mondo di bianchi, un bianco in un mondo di neri.
Fino a poco tempo fa si riteneva che, quando incontriamo una persona nuova, la categorizziamo automaticamente e inevitabilmente secondo tre dimensioni fondamentali: razza, sesso ed età. Il favoritismo verso il proprio gruppo, abbinato a indifferenza od ostilità nei confronti degli altri gruppi, esiste in tutte le culture. Se categorizzare per razza è un’eredità che ci trasciniamo dietro dall’età della pietra, discriminazione etnica e razzismo sarebbero così profondamente radicati nella nostra natura da essere praticamente incancellabili. Durante la nostra storia evolutiva, tuttavia, la probabilità di incontrare individui di razze diverse doveva essere straordinariamente piccola, il che rende questa conclusione poco plausibile.
Dati sperimentali recenti suggeriscono che la categorizzazione per razza sia un accidente storico, cioè il sottoprodotto reversibile di un meccanismo cognitivo che si è evoluto per identificare le alleanze e coalizioni degli individui che incontriamo. In società non perfettamente integrate dal punto di vista razziale, il colore della pelle funziona come un indicatore di alleanze sociali, esattamente come il dialetto o il modo di vestire. Ma sono sufficienti quattro minuti di esposizione a un mondo sociale alternativo in cui le coalizioni sono indipendenti dalla razza e dal sesso per far crollare la tendenza a categorizzare per razza, mentre la categorizzazione per sesso – biologicamente significativa fin dagli albori della nostra storia – rimane invariata.

Per leggere il resoconto dell’esperimento originale, vedi Kurzban, R., Tooby, J., Cosmides, L., Can race be erased? Coalitional computation and social categorization, in «Proceedings of the National Academy of Sciences», n. 98, 2001, pp. 15387-15392.

IMMAGINE: Questo volto è stato ottenuto fondendo fra loro, in eguale misura, i volti di una nota donna bianca e di una nota donna nera. Svelo chi sono le due madri nel capitolo 5, Come vediamo gli oggetti. (Elaborazione digitale e morphing: Paola Bressan.)

Gli oggetti che vediamo sono costruzioni del nostro cervello

L’espressione «costruire il mondo» può sembrare una licenza poetica, ma non lo è affatto. Quando vi guardate attorno non avete l’impressione di costruire le cose, ma di guardarle: le cose stanno lì fuori e hanno quell’aspetto, indipendentemente dal fatto che voi le guardiate o no. Ma questa sensazione è dovuta unicamente al fatto che siete esperti e veloci nel costruire. Sicuramente non avete nemmeno l’impressione di trovarvi su una palla sospesa nel vuoto che ruota alla velocità di millesettecento chilometri all’ora (all’equatore), eppure è proprio così che stanno le cose.

Che l’esperienza degli oggetti sia creata per intero dal cervello risulta forse un po’ più facile da mandar giù quando si considera quel che succede quando un ictus, o un qualche altro malanno, danneggia le aree cerebrali che si occupano del processo di costruzione. Possono accadere due cose: o il sistema non funziona più (agnosia visiva), oppure funziona troppo (sindrome di Charles Bonnet), ed è difficile decidere quale delle due sia la più tremenda. Un caso ben documentato di agnosia visiva è quello del signor S., che dopo un avvelenamento da monossido di carbonio smise di costruire, e quindi di vedere, gli oggetti. Il signor S. aveva una vista eccellente, e percepiva senza problemi linee, colori e movimenti: il problema era che non riusciva più a combinarli in modo da creare gli oggetti corrispondenti. Di conseguenza, non riusciva nemmeno a identificare i suoi familiari o il medico (anche se era in grado di descriverne i contorni e i colori), finché non cominciavano a parlare.

I costi di un iperfunzionamento del nostro apparato di costruzione degli oggetti sono esemplificati dal caso della signora B., che dopo un ictus all’emisfero destro cominciò a vedere oggetti che non c’erano, come bambini che ridevano o strade piene di traffico, in modo assolutamente realistico e completo di ogni dettaglio. Occasionalmente, l’allucinazione visiva era accompagnata da un’allucinazione tattile perfettamente sincronizzata: una volta la signora B. vide il suo cane (morto da tempo) arrivare tutto bagnato, e strofinandolo con un asciugamano ebbe la sensazione anche tattile del corpo del cane e del pelo umido. Cose che sembrano incredibili. Eppure, i meccanismi che creano bambini, autobus e cani «irreali» nel cervello della signora B. sono gli stessi che creano bambini, autobus e cani «reali» nel nostro. Se siamo tentati di ribattere che c’è una mastodontica differenza, perché la signora B. è «matta» (cioè il suo cervello funziona male) e noi no, rinviamo la contestazione a domani e dormiamoci su. Mentre sogniamo, il nostro cervello costruirà un mondo perfettamente convincente, con al centro un «noi stessi» perfettamente convincente che quel mondo vede, tocca e ascolta. La differenza principale fra questo mondo simulato e il mondo che noi consideriamo reale è che il primo comincia quando ci addormentiamo, e il secondo quando ci svegliamo. Mentre ci siamo dentro, ciascuno dei due mondi appare pienamente reale, e ciascuno contiene una rappresentazione di noi stessi dotata di corpo, mente e coscienza. Per quanto la cosa possa essere controintuitiva, i sogni e le allucinazioni rivelano che il mondo che vediamo fuori di noi è in realtà dentro di noi.

Diversamente da ciò che succede nei sogni e nelle allucinazioni, il sistema di creazione del mondo è guidato normalmente dalla stimolazione sensoriale proveniente dagli oggetti fisici, e produce pertanto normalmente oggetti percepiti che agli oggetti fisici sono in qualche modo collegati. La percezione, insomma, è un’allucinazione guidata. I cani che vediamo noi non sono meno «costruiti» dei cani che vede la signora B.; la differenza è che noi li costruiamo adoperando un maggior numero di vincoli e che i nostri simili usano gli stessi vincoli, per cui le amiche della signora B. il suo cane non lo vedono, ma il nostro sì.

DOVE NEL LIBRO: Capitolo 5, Come vediamo gli oggetti.

IMMAGINE: The Christmas wall-of-blocks (Bressan, 2006). Tutti i rombi (quattro file) sono identici e hanno lo stesso colore bianco, ma quelli della prima e della terza fila dall’alto appaiono più bianchi di quelli della seconda e della quarta. Da Bressan, P. (2006). The place of white in a world of greys: a double-anchoring theory of lightness perception. Psychological Review, 113, 526-553.

RIFERIMENTI: Gli argomenti che presento in questo post sono esposti ed elaborati nel bel libro Visual Intelligence di Donald Hoffman.

UPDATE! Oliver Sacks parla, in un inglese molto chiaro, della sindrome di Charles Bonnet: “What hallucination reveals about our minds”, TED talks, febbraio 2009 (disponibile sul sito TED da settembre 2009).